Eva di Rodin: la bellezza del dolore

È sola, smarrita, disperata. Rannicchiata nella sua nudità, le sue braccia vorrebbero nascondere la propria miseria, ed esprimono un lontano ricordo delle coccole materne, di quella pace irrimediabilmente perduta. Si protegge da uno sguardo che viene dall’alto, che la perseguita nel profondo dell’anima. Il volto contorto dalla disperazione, sfigurato dal rimorso, con quella rabbia così insopportabile per essersi lasciata ingannare dalla maledetta voce del Bugiardo delle origini; la consapevolezza di non poter incolpare che se stessa. Barcolla, cerca di camminare, di andare avanti nonostante tutto – poiché l’impulso vitale non si è spento – ma è questa una vita per colei che è la Madre di tutti i viventi ? L’esistenza che l’attende: un tempo che farà sorgere senza tregua nuove disgrazie, la successione dei dolori del parto, la morte imminente di Abele, il suo caro figlio, gli inganni di colui (Adamo) che d’ora in poi dominerà su di lei, le delusioni rabbiose di quella maledetta concupiscenza che la incatena a lui. Esistenza miserabile, progressiva caduta verso il nulla…

Nella cappella del Museo delle Belle Arti di Lione si trova una famosa scultura in bronzo di Auguste Rodin, intitolata “Eva”. Numerose riproduzioni di quest’opera sono sparse in tutto il mondo, a testimonianza del suo successo; ma cosa comunica al visitatore di oggi?

Una statua che lascia perplessi

Osserviamo più da vicino questa opera sorprendente: esisterebbe al mondo una sola donna disposta ad essere raffigurata con così tanti difetti, talmente evidenti da risultare scioccanti? Scorrendo lo sguardo dalla base alla sommità della statua, scopriamo prima le dita dei piedi disgiunte che formano un piede poco elegante, poi le gambe la cui carne sembra rovinata, tanto la superficie del bronzo è poco levigata – si potrebbe persino supporre la presenza di vene varicose… Spostandoci dietro Eva, scopriamo un fondoschiena un po’ avvizzito, mentre l’età del personaggio non lascerebbe supporre un tale invecchiamento; del resto i fianchi, contrariamente alla tradizione estetica francese, sono davvero poco generosi. Peggio ancora: il braccio sinistro è concepito con una muscolatura troppo marcata, che si addirebbe piuttosto a un soggetto maschile. I seni sono poco attraenti, uno nascosto e l’altro deformato dalla torsione delle braccia, mentre il viso colpisce per la sua mancanza di delicatezza; il naso è volutamente storto e la chioma non rifinita, dove tra le ciocche si confondono alcune dita della mano sinistra. Una mano, del resto, di cui si può dubitare della completezza…

Dettagli del bronzo “Eva” di Rodin, conservato presso la Bauhaus Universität (Weimar, Germania)1

Ogni dettaglio di questo corpo esprime una deformità voluta dall’artista. Prendendo le distanze per osservare l’opera nella sua totalità e coglierne il movimento, si rimane ancora più stupiti dalla sua instabilità: di fronte, la si vede leggermente inclinata verso destra, quasi a esprimere una caduta imminente; la disposizione delle gambe esprime un movimento impacciato in avanti, come un passo desiderato ma interrotto, oppure una pausa non statica. La torsione generale del corpo esprime un movimento di fuga, sottolineato dalla posizione del palmo della mano sinistra, unico elemento del corpo rivolto verso l’alto, ma per proteggersi, come per scacciare un fulmine che potrebbe abbattersi all’improvviso.. . La mano destra, dal canto suo, si aggrappa nervosamente alle costole ed esprime tutto il ripiegamento del personaggio su se stesso. Il poeta tedesco Rilke la descrive così:

La testa affonda profondamente nell’oscurità delle braccia che si chiudono sul petto come in chi ha freddo. La schiena è ricurva, la nuca quasi orizzontale, la posizione inclinata come se tendesse l’orecchio al proprio corpo, dove un futuro estraneo comincia a muoversi. Ed è come se il peso di quel futuro agisse sui sensi della donna e la trascinasse verso il basso, fuori dalla vita distratta, nella profonda e umile schiavitù della maternità.

Rainer Maria Rilke2

Una donna condannata… “la Traviata”?

Da qui nasce una prima impressione: nella sventura e nell’angoscia, Eva deve continuare a camminare anche se il percorso sembra impossibile; si sforza di restare in piedi per continuare a vivere, anche se una parte di sé vorrebbe annientarsi. Schiacciata dalla forza superiore che la sovrasta, resiste tuttavia, e questa resistenza estrema le dona un sussulto di vita… È vicina alla disperazione e ci fa pensare al dannato raffigurato da Michelangelo nel Giudizio Universale della Cappella Sistina:

A sinistra, un dettaglio del Giudizio Universale di Michelangelo (Cappella Sistina, Roma); a destra, la scultura in bronzo Eva alla roccia di Auguste Rodin (Museo Rodin, Parigi)

Rodin era un grande lettore di Dante, e in questa Eva si ritrovano echi della Divina Commedia: la postura rannicchiata della figura non può non evocare i dannati dell’Inferno dantesco, in particolare il personaggio di Francesca, l’amante di Paolo, una coppia di innamorati dal destino tragico, alla quale Rodin ha dedicato un’altra scultura. Nel suo dolore, lei pronuncia questi versi che potremmo ritrovare sulle labbra di Eva:

E quella a me: Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.

Dante, Divina Commedia3

La disperazione: ecco un tema che ha ispirato Rodin… Ed è soprattutto nelle donne che trova la sua fonte d’ispirazione, poiché ha scritto: «Devo tutto alle donne; camminano come capolavori»4. Ne è testimonianza quest’altra scultura in bronzo in cui una donna è rannicchiata nel suo dolore:

Auguste Rodin, La Disperazione, 1903, @Jérôme Manoukian, Museo Rodin (Parigi)

Cerchiamo quindi di cogliere il movimento che Rodin ha voluto imprimere al suo personaggio: Eva non è solo una donna che soffre, è un essere proveniente da un paradiso dove la sofferenza era sconosciuta, e che si ritrova in un mondo tragico dove la sofferenza è diventata il pane quotidiano. Sebbene barcollante, è ancora in piedi e questa postura esprime la sua caduta morale, il suo passaggio dall’innocenza alla colpa, con quel palmo rivolto verso l’alto che si oppone alla riprovazione divina. Ricordiamo come Rodin considerasse il movimento nella scultura:

Il movimento è il passaggio da una postura all’altra. […] Ricorderete anche come nell’Inferno di Dante un serpente che si stringe contro il corpo di un dannato si trasformi a sua volta in uomo, mentre l’uomo si trasforma in rettile. Il grande poeta descrive questa scena con tale ingegnosità che in ciascuno di questi due esseri si segue la lotta delle due nature che si invadono progressivamente e si sostituiscono a vicenda. È in sostanza una metamorfosi di questo tipo quella che realizza il pittore o lo scultore nel far muovere i propri personaggi. Egli raffigura il passaggio da una posa all’altra: indica come, impercettibilmente, la prima scivoli nella seconda. Nella sua opera si intravede ancora una parte di ciò che è stato e si scopre in parte ciò che sarà.

Auguste Rodin5

Ecco ciò che esprime Eva: il nostro passaggio dall’innocenza alla colpa, la nostra attuale condizione di espulsione da un paradiso perduto e di cammino in una valle di lacrime. Eva non è più che l’ombra di ciò che sogna di essere, di ciò per cui il Creatore l’ha messa al mondo; si vergogna di ciò che crede di apparire agli occhi degli altri. Sente intorno a sé sguardi indagatori che la tormentano: gli occhi di suo marito-padrone; gli occhi dell’Ingannatore che ride sotto i baffi; gli occhi di Dio che le ha rivelato la caduta che lei stessa ha scelto…

Una bellezza sorprendente

I difetti fisici che Rodin ha voluto attribuire a Eva risultano ancora più evidenti quando si mette la sua statua a confronto con altri bronzi da lui realizzati, ad esempio “Il bacio”, di cui un esemplare si trova al Museo delle Belle Arti di Lione. Qui, la perfezione dei corpi irradia la loro bellezza per esprimere l’esatto contrario delle disgrazie di Eva: l’eterno incanto dell’amore nella reciproca donazione.

Nella cappella del Museo, l’opera è inoltre circondata da due statue – realizzate nello stesso periodo, alla fine del XIX secolo – che offrono un contrasto davvero sorprendente, un «chiaro-scuro» non ricercato dagli artisti, ma suggerito dall’allestimento museale locale. Da un lato, una donna slanciata dal corpo ideale e perfetto, «L’Aurora» di Alexandre Schoenewerk; dall’altro, una bambina che riceve con fervore la sua prima comunione, opera di René de Saint-Marceaux. Esse appaiono tanto più belle, giovani e pure in quanto Eva si rivela invecchiata, sfigurata e angosciata.

Tre opere conservate al MBA di Lione: a sinistra, La prima comunione di René de Saint Marceau (1893); al centro, Il bacio di Rodin (1882); a destra, L’Aurora di Alexandre Schoenewerk (1867). Purezza, amore e slancio…6

Dove sta dunque la bellezza in quest’opera di Rodin? Ascoltiamo cosa dice il maestro su questo tema:

Non c’è né uno stile bello, né un disegno bello, né un colore bello: c’è una sola bellezza, quella della verità che si rivela.

Auguste Rodin7

Ciò che Rodin ha voluto incarnare in questa statua non è quindi un’espressione del canone estetico della bellezza femminile, ma piuttosto la verità profonda del dramma vissuto da Eva – da tutti noi –, attraverso la deformazione delle regole di quel canone, per mettere meglio in evidenza gli aspetti tragici della nostra situazione esistenziale. La bruttezza e le deformità del corpo esprimono l’angoscia e l’afflizione che tormentano l’umanità sin dalla Caduta, una verità più cara a Rodin dell’emozione estetica, o meglio una verità che si ricollega al dramma vissuto dalla sua generazione di artisti e che a sua volta fa parte dello splendor veri (splendore del vero) che è il Bello. È tristemente vero che la nostra esistenza è dolorosa, ed è quindi bello rappresentare questo dolore attraverso difetti estetici.

Questa statua di Eva esprime così l’angoscia dell’epoca in cui viveva Rodin, quella della «morte di Dio» che lascia l’uomo a se stesso nel suo vagare nel cuore della notte. Vi si ritrova l’angoscia morale descritta da Baudelaire:

Possiamo soffocare il vecchio, il lungo Rimorso,
Che vive, si agita e si contorce,
E si nutre di noi come il verme dei morti,
Come il bruco della quercia?
Possiamo soffocare l’implacabile Rimorso?

Charles Baudelaire, I fiori del male8

Ciò di cui soffre Eva è innanzitutto la solitudine. Certo, Rodin aveva concepito una coppia per la sua “Porta dell’Inferno”; ecco la statua di Adamo che avrebbe dovuto affiancare quella di Eva e che attualmente si trova al Museo Rodin di Parigi:

Auguste Rodin, La creazione di Adamo, 1881, che avrebbe dovuto affiancare Eva nella Porta dell’Inferno commissionata dall’allora Ministero delle Belle Arti.

Questo personaggio potrebbe forse tendere una mano solidale a Eva? Pur essendo anch’egli intrappolato nella propria caduta, non mostra alcuna solidarietà né compassione per la sua compagna di sventura… Anzi, i due personaggi sembrano concepiti proprio in contrapposizione l’uno all’altro. Così, l’isolamento di Eva, che si «ritrova» tutta sola al centro del coro nella cappella del Museo delle Belle Arti, non è fittizio: tutta l’espressività del suo corpo manifesta un tale ripiegamento su se stessa e un tale rifiuto della presenza divina, che lei è irrimediabilmente sola, senza trovare alcun sostegno fisico o morale che la trattenga nel movimento di caduta e di fuga in avanti.

Al Museo delle Belle Arti, Eva è collocata nel luogo più sacro di un santuario dismesso – in termini tecnici, desacralizzato –, là dove un tempo troneggiava l’altare per il culto cattolico, al servizio della devozione delle suore di San Pietro. La sua posizione nella cappella esprime perfettamente la tragedia dell’umanità cacciata dal Santuario primordiale, l’Eden, dove lo scambio con Dio era talmente naturale da realizzarsi “nella brezza della sera” (Genesi 3,8).

Decadenza e oppressioni morali

Eva soffre soprattutto di un’oppressione esterna che incombe su di lei; tutto il suo corpo rannicchiato si apre solo attraverso la mano sinistra, che vorrebbe frapporsi, come uno scudo irrisorio, tra il suo corpo e una forza superiore che la domina e la opprime. È così che la descrive Rilke: «E Eva, come da lontano piegata sulle sue braccia, le cui mani rivolte verso l’esterno vorrebbero respingere tutto, persino il proprio corpo che si trasforma.»9

Ma qual è precisamente questa «forza superiore»? Se ci si riferisce al testo biblico, si tratterebbe della riprovazione divina in occasione della cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, a causa della loro disobbedienza:

Alla donna il Signore disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà”. Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita.

Genesi 3,16.23-24 (CEI)

Perché non interpretarlo anche come una delle nostre posture psicologiche? Questo gesto di protezione non esprime forse il nostro “io” che vuole conquistare la propria esistenza nonostante un “super-io” opprimente? Si potrebbe pensare a una norma morale esterna, veicolata da un certo ordine sociale, dall’educazione, dalle convenzioni… La nostra letteratura moderna pullula di personaggi che si trovano in questa posizione: basterebbe citare Thérèse Desqueyroux di Mauriac, una nuova Eva al nostro fianco… Questa imposizione morale potrebbe schiacciarci con la forza del suo imperativo, contro il quale opponiamo tutta la forza della nostra libertà, che preferisce proseguire il cammino, certamente difficile, piuttosto che sottomettersi e tendere così all’annientamento della propria singolarità… Eva, in questa fuga dall’Eden, è come l’adolescente che si ribella a ciò che le è stato imposto durante l’infanzia; preferisce soffrire liberamente piuttosto che obbedire senza esistere realmente. È davvero irrisoria, questa mano che si oppone al Cielo: è la povertà delle difese psicologiche che una persona oppressa può erigere contro chi è più forte di lei.

Condanna divina o oppressione morale? Potremmo trovare nella stessa narrazione biblica una chiave di riconciliazione tra queste due interpretazioni. Il racconto della caduta (Genesi 3) mette in scena l’umanità – Eva – che non ha interiorizzato il divieto divino («Non ne mangerete…»). Conosce il divieto riguardante l’albero della vita solo attraverso ciò che Adamo ha voluto trasmetterle, e il suo dialogo con il serpente dimostra che non ne coglie né il senso, né la bontà. Ecco perché viene trascinata dal serpente – intendiamo la tentazione – in un sospetto nei confronti del Creatore, che viene percepito come un rivale geloso («sarete come dei…»). Le maledizioni che abbiamo menzionato ne sono solo la conseguenza logica, come altrettanti rimproveri esterni… È così che l’etica, considerata come norme esterne imposte all’individuo, diventa mostruosa e provoca la ribellione: solo l’adesione interiore per convinzione permette all’uomo di respingere il male e di scegliere il bene.

Eva viene quindi descritta da Rodin come prostrata dal dolore, intrappolata tra due cadute: alle sue spalle, la caduta morale che ha causato la sua espulsione dall’Eden, e davanti a lei un percorso doloroso dove potrebbe benissimo inciampare e ritrovarsi a terra, annientata da un giudizio implacabile.

In aiuto di Eva

È esattamente la stessa situazione vissuta dalla donna adultera nel Vangelo di Giovanni: colta in flagrante dai farisei (caduta morale), viene trascinata davanti a Gesù e rischia la lapidazione (caduta sociale e annientamento). L’Eva di Rodin potrebbe ben rappresentare quell’umanità accusata dai benpensanti, che cerca di sopravvivere mentre nelle sue orecchie risuona la terribile accusa:

“Maestro, gli dissero, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”.

Gv 8,4-5

Ma se il Creatore, nella persona di Gesù, è tornato in questa valle di lacrime, non è per pronunciare una condanna. Eva ha già sofferto tanto… È il momento della misericordia, e la voce del Maestro si fa eco delle nostre cadute morali per risollevarci:

Allora Gesù si alzò e le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.

Gv 8,10-11 (CEI)

Nicolas Bossu

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  1. Credito: @digitus.art (vedere il modello 3D) ↩︎
  2. Rainer Maria Rilke, Auguste Rodin, trad. Maurice Betz, éditions Emile-Paul Frères, Parigi 1953, p. 51 (traduzione nostra). ↩︎
  3. Dante, La Divina Commedia, Inferno, Canto V. Si tratta di Francesca che parla a Dante (lei a me) e che fa riferimento a Virgilio (il tuo maestro). ↩︎
  4. Auguste Rodin, citato in Chroniques d’art da Guillaume Apollinaire, Parigi 1960, p. 484 (traduzione nostra). ↩︎
  5. Auguste Rodin, L’art, entretiens avec Paul Gsell, Grasset, Parigi 1911, pp. 76-77 (traduzione nostra). ↩︎
  6. Crediti : per le prime due opere, ©Alain Basset, MBA Lyon ; per la terza, © Romainebehar, Wikimedia Commons. ↩︎
  7. Auguste Rodin, cité dans Chroniques d’art par Guillaume Apollinaire, Paris 1960, p. 484 (traduzione nostra) ↩︎
  8. Charles Baudelaire, Les Fleurs du mal, Spleen et Idéal, poème LV (L’Irréparable), Michel Lévy frères, Paris 1868, p. 168 (traduzione nostra). ↩︎
  9. Rilke, Ibid. p. 143. ↩︎