Una scena è rimasta famosa nell’opera di Dostoevskij: nel mezzo del suo romanzo Delitto e castigo, due personaggi davvero particolari iniziano a leggere il Vangelo di Giovanni1. Si tratta di Sonia, la ragazza diventata prostituta suo malgrado, e di Raskolnikov, l’assassino di cui l’autore analizza gli stati d’animo. Aprono insieme il Vangelo per leggere l’episodio della resurrezione di Lazzaro (Gv 11)… Che luce in mezzo a un’oscurità così fitta! Dostoevskij ci trasmette la sua convinzione: non sono le anime sane che sono toccate dal messaggio di Gesù, ma al contrario quelle che sono così sepolte nell’oscurità da aspirare con tutto il loro essere alla luce. Semplicemente per sopravvivere.
Un pittore frivolo per un’opera religiosa
Il quadro2 che ci interessa oggi trasmette immediatamente un profondo significato religioso: ci sentiamo irradiati dalla luce che proviene dal Bambino Gesù, e i personaggi che lo circondano ci trascinano nel loro stupore per tanta tenerezza e semplicità. Tuttavia, le due persone all’origine di questa tela non sono del tutto religiose e le loro vite personali non rispecchiano chiaramente l’ideale cristiano. Assomigliano un po’ a Sonia e Raskolnikov, e leggono insieme il Vangelo… Si chiamano François Boucher e Madame de Pompadour.
Nel 1750 Boucher presentò questo dipinto al Salon, ottenendo un discreto successo che gli valse un alloggio al Louvre e la nomina a primo pittore del re. Era noto soprattutto per i temi mitologici dei suoi dipinti, con una spiccata predilezione per il nudo femminile, che riflettevano la frivolezza tipica degli anni della Reggenza. Ecco ad esempio il suo Trionfo di Venere:

Quando presenta il suo quadro La Luce del mondo al Salon, lo fa senza alcun titolo3: un modo per dimostrare che è consapevole di allontanarsi dai canoni tradizionali dell’iconografia cristiana. Infatti, la tela non è né una Natività – dove sarebbe l’asino? – né un’Adorazione dei pastori, poiché il personaggio a destra è un pellegrino, riconoscibile dalla sua borraccia. La colomba portata da un bambino potrebbe alludere alla Presentazione al Tempio… Ma Boucher vuole qui allontanarsi da questi codici troppo consolidati e ci presenta una scena di toccante semplicità, quasi una scena di genere: lo stupore davanti a un bambino.
Quale famiglia non ha vissuto quel momento incantato in cui il volto del neonato ha lasciato tutti a bocca aperta? François Boucher ha avuto il genio di saper rendere questo momento.
Una committente fuori dal comune
Fu la marchesa di Pompadour a commissionarle questo dipinto, per il suo oratorio privato nel castello di Bellevue, che Luigi XV le aveva appena regalato. Anche lei non corrispondeva esattamente ai codici della morale cristiana. Innanzitutto, era di origini borghesi (nata Jeanne-Antoinette Poisson): cosa che la famiglia reale non le avrebbe mai perdonato. Inoltre, era già sposata prima di conoscere il re e diventare la sua amante, anche se il Parlamento di Parigi aveva ufficialmente pronunciato la sua separazione dal marito. Il Delfino la soprannominava “maman putain” (mamma puttana): si può immaginare tutta la violenza di un soprannome del genere nell’universo della corte di Versailles.
Ciononostante, era diventata la favorita di Luigi XV, che le aveva offerto il Petit Trianon e il titolo di marchesa di Pompadour. Grazie alla sua eccellente educazione, in particolare nell’arte della conversazione, brillava a corte e divenne protettrice delle arti; ispirò la moda ed ebbe un profondo influsso sulla cultura europea nella seconda metà del XVII secolo, regalandoci l’inimitabile “stile Pompadour”. Ecco il suo ritratto realizzato dal suo contemporaneo Maurice-Quentin de la Tour:

Una luce che irradia
La Pompadour e Boucher erano amici: lui le insegnava disegno, lei lo promuoveva a corte. Si può quindi supporre che abbiano composto insieme questo quadro davvero notevole e innovativo, in cui tanti elementi trasmettono un mistero pieno di tenera luce.

Basta seguire i giochi di luce per apprezzare appieno questo capolavoro. Essa sgorga dalla sfera celeste, in alto: una luce calda e rassicurante, che emana da una Divinità che si china sull’umanità non per sorvegliarla, ma per soccorrerla. Le figure dei piccoli angeli esprimono questa tenerezza, che san Giovanni descrive così:
Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. (1Gv 1,5)
Questo raggio luminoso si concentra sul Bambino Gesù e rimbalza su di Lui come su uno specchio convesso, illuminando tutti i personaggi4. Sono disposti secondo una curva rivolta verso l’alto: ci sono poche linee rette nella composizione, il che ne aumenta la dolcezza. Da notare che il volto di Maria accentua questa curva e concentra l’attenzione sul suo bambino, offrendogli una sorta di culla di tenerezza con tutto il suo corpo. Le sue due braccia aprono le fasce del bambino, come per offrirlo alla contemplazione dei presenti. Il personaggio a sinistra, con il suo libro aperto, è un po’ in disparte e annota la scena in un grande libro appoggiato sulla testa di un bue: si può pensare al personaggio di san Luca, l’evangelista che ci racconta la Natività e che è tradizionalmente associato a questo animale. Tutti sembrano trattenere il respiro e ricevere con gratitudine questa luce così calda che proviene da Dio attraverso il Bambino.
Per questo motivo abbiamo scelto, nel video, di proporre alcuni versetti dell’evangelista Giovanni, nel suo Prologo (Gv 1) e nella sua Prima Lettera (1Gv 1), che ci introducono al mistero del Verbo che è la luce degli uomini:
Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono… è il Verbo della vita. (1Gv 1,1)
Il Verbo era la luce vera, quella che illumina ogni uomo, venendo nel mondo. (Gv 1,9)
In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. (Gv 1,4-5)
Una meditazione per trovare consolazione
Osserviamo le quattro figure femminili che stanno di fronte a Gesù e a sua madre. Sono disposte secondo le diverse età della vita: una bambina piccola (che tiene in mano una colomba), una bambina più grande (in secondo piano), un’adolescente (di profilo), una donna matura (con le mani giunte in preghiera). Non è certamente un caso. Il quadro era collocato nell’oratorio privato della signora di Pompadour e appariva quando lei apriva i pannelli per la sua devozione privata; lei stessa doveva stare davanti alla scena, quasi all’altezza degli altri personaggi. Si inseriva quindi naturalmente nel gruppo femminile, tanto più che all’epoca della composizione aveva 28 anni: l’età di una donna adulta ma non ancora anziana, quella che manca nella successione delle quattro figure. L’età in cui è rappresentata anche la Vergine, di fronte alla quale si trova.
Si può quindi supporre che Boucher e la Pompadour abbiano voluto proporre una scena di vanità: una meditazione sulla fugacità della vita, sul tempo che passa inesorabilmente. Ciò è tanto più probabile in quanto la salute della marchesa era molto fragile: costantemente malata, morirà di congestione polmonare a soli 42 anni. E sappiamo che a partire dal 1750, il re Luigi XV non le riservò più favori intimi, rivolgendosi a femmine più giovani. La marchesa sapeva quanto fosse precaria la sua situazione e quanto fosse fugace la bellezza. Mettendosi davanti al quadro, conservava la nostalgia della bambina che non era più e sentiva il declino verso la vecchiaia che temeva.

Ma è anche una scena di consolazione: mentre la sua vita a Versailles è piena di insidie, mentre la sua salute è cagionevole, mentre è privata delle semplici gioie della vita familiare… la Marquesa trova nel Bambino Gesù una consolazione e un calore che la confortano. L’intero quadro esprime questa tenerezza per un Bambino che non la giudica, che si lascia toccare e contemplare da tutti gli uomini, anche – e soprattutto – dai peccatori; un bambino che vuole offrirle un piccolo rifugio di intimità e dolcezza, in un mondo spietato e vanitoso. Le maschere di Versailles cadono davanti alla semplicità del Bambino.
Ecco cos’è, per lei, la Luce del mondo. Ci volevano un pittore frivolo e una cortigiana controversa per ricevere questa consolazione da Gesù. Come Raskolnikov e Sonia, essi rileggono il Vangelo dall’oscurità delle loro vite… Nelle tenebre del nostro cammino terreno, è veramente possibile percepire la luce.
Nicolas Bossu
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- Fiodor Dostoevskij, Delitto e castigo, parte IV, capitolo 4. ↩︎
- Boucher François (1703-1770), La Luce del mondo, olio su tela, 1750, 175 x 130 cm, Lione, Museo delle Belle Arti (Inv. 1955-106 e M.N.R.: 823), per gentile concessione del Museo per la riproduzione della foto di Alain Basset. ↩︎
- Il titolo tradizionale “La Luce del mondo” sarà attribuito al dipinto da Etienne Fessard quando ne realizzerà un’incisione, nel 1764, consentendo così a un vasto pubblico di conoscerlo. ↩︎
- Si nota qui l’influenza del Correggio: Boucher ha potuto ammirare a Roma, ad esempio, la sua Adorazione dei pastori (verso il 1530), che presenta la stessa struttura e gli stessi giochi di luce del dipinto di Boucher, realizzato due secoli dopo. Guarda quest’opera qui. ↩︎